L’etichetta nutrizionale? Una costosa presa per i fondelli

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Avrebbe dovuto esserci su tutti i prodotti dal 13 dicembre del 2016. E non senza preavviso alle aziende: la scadenza era presente e precisata sulla legge del 2011 sulle etichettature! Ma non solo non sono bastati 5 anni, non è ancora una realtà compiuta dopo un ulteriore altro anno!

Come mai? I piccoli produttori si sono ridotti all’ultimo minuto? Certo. Le autorità competenti li hanno aiutati? Certo che no. Le associazioni di categoria, invece? Invece neppure.

La realtà è che una seria etichetta nutrizionale per molti prodotti è impossibile!

Per l’industria è facile, per qualsiasi produzione con alti numeri anche per ogni singolo lotto può fare le analisi con un costo, nella massa, irrisorio.

Una circolare ministeriale del 16 novembre 2016 preciserebbe, per superare lo scoglio di una normativa europea con palesi contraddizioni, che sono esentate le aziende artigianali purché vendano solo direttamente al consumatore o a negozi del territorio che vendono direttamente al consumatore. Ciò varrebbe per aziende al di sotto dei 10 addetti e dei 2 milioni di fatturato. Ma, a parte il contenzioso assai probabile a causa di un testo della circolare abbastanza nebuloso, quante aziende artigianali, anche al di sotto di questi parametri, vendono su un mercato di nicchia, da piccoli numeri, ma distribuito aldilà dei confini territoriali e addirittura nazionali?

E un agriturismo, una norcineria, un artigiano in genere che lavora su materie prime naturali sempre diverse e su piccoli lotti non può fare etichette nutrizionali non solo per i costi ma spesso neppure per una logica tempistica di lavorazione.

Allora si devono, e non sempre è possibile, basare su parametri generici che, di fatto, non sono attendibili: gli enti nazionali e internazionali che hanno realizzato le banche dati non hanno certo, per esempio, analizzato tutte le cultivar di mele. E sono diversissimi, aldilà di ogni tolleranza, i contenuti nutrizionali di una Golden da agricoltura industriale o di una mela antica. E sono ben diversi, nella medesima mela antica (che, nel nome della Biodiversità, gli organi competenti fingono di tutelare) se è nata in un’annata piovosa o in un’annata siccitosa. Quindi non c’è scampo, l’etichetta nutrizionale diventa solo una delle tante costose, noiose e rompiballe pratiche burocratiche che affliggono contadini e artigiani senza alcun valore scientifico né pratico per i consumatori.

Facciamo l’esempio più eclatante, i salumi: se allevati con un minimo rispetto del loro benessere, non ci sono due maiali uguali per percentuali di grasso; poi, comunque, la razza e il tipo di allevamento condizionano in modo radicale le percentuali e la tipologia degli acidi grassi. Molti, su suggerimento delle ASL, fanno le analisi su tre lotti e poi utilizzano la media per l’etichetta, che è totalmente inattendibile e inutile per il consumatore.

Ma anche le etichette nutrizionali “perfette” servono davvero a qualcosa oltre che aggravare i costi per le aziende?

Chi le legge? Ovviamente solo chi ha la sana abitudine di leggere la parte più importante dell’etichetta, ovvero gli ingredienti. Le legge quindi chi è già, per scelta, un consumatore consapevole che sa benissimo, anche semplicemente leggendo gli ingredienti, quali sono le caratteristiche nutrizionali di un alimento. Potrà sbagliare di qualche punto percentuale, ma concretamente cambia assai poco se consideriamo gli obbiettivi (teorici) della normativa, ovvero informare il consumatore sulla sanità di ciò che mangia in relazione alle sue esigenze e al suo stile di vita.

Ciò non significa che siano sempre inutili: sono utili, per esempio, quelle dell’olio soprattutto perché è importante la percentuale dell’acido monoinsaturo (in attesa dell’obbligo, in tal caso doveroso e importante, dell’indicazione dei valori dei polifenoli o biofenoli); sono utili quelle che comprendono valori significativi in aggiunta a quelli di legge inseriti da aziende virtuose per evidenziare un pregio particolare del prodotto. Ma l’obbligo generico e indistinto di valori base poco significativi è ben altro.

Ben più utile sarebbe una vera trasparenza sugli ingredienti, ancora oggi ben lontana dall’essere raggiunta a causa di tante ambiguità dovute a una scelta ben precisa: è più importante non danneggiare industria e GDO che favorire la comprensione da parte del consumatore.

 



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