La faccia buona della medaglia di un danno all’ambiente a cui Alessandro Manzoni contribuì

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“Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana!…”: le più belle righe di “poesia in prosa” della storia della letteratura. Sono uscite dalla penna di Alessandro Manzoni, morto il 22 maggio 1873.

Fu facile all’autore dei Promessi Sposi descrivere quei siti e in particolare fu facile descrivere con un’affascinante dovizia di particolari quell’esplosione di piante, erbe e fiori che avevano invaso la vigna di Renzo: il Manzoni era infatti un competente appassionato di botanica e agricoltura e proprio alle pendici di quei monti aveva vissuto alcuni dei suoi anni giovanili con Pietro Manzoni, il padre “ufficiale” (in realtà la madre Giulia Beccaria l’aveva avuto da Giovanni Verri), a Villa Manzoni i cui terreni scendevano fino al lago a Pescarenico. Fu qui che iniziò a esercitare una vocazione che portò avanti anche successivamente nella sua villa di Brusuglio, attualmente periferia di Milano (Comune di Cormano), e persino nel giardino della sua casa di Milano prospiciente piazza Belgioioso (in pratica a poche decine di metri da piazza del Duomo). Non era solo vocazione all’agricoltura, ma pure a sperimentazione in agricoltura: tentò di coltivare il cotone e il caffè, importò vitigni dalla Borgogna e… fu un fautore degli impianti di robinia (Robinia pseudoacacia) come pianta in grado di stabilizzare le scarpate.

Affidò a due tronchi di robinia affiancati persino il simbolo del suo amore con Enrichetta.

E la robinia, albero d’origine americana invasivo, ha distrutto molti boschi originali sostituendo querce, castagni, carpini… Non fu certo colpa del Manzoni, la robinia fu importata in Europa già nel 1601 e si diffuse proprio con lo stesso ruolo ipotizzato da lui soprattutto da quando fu necessario per i bordi delle linee ferroviarie.

Ma ogni errore – perché è indubbio che la robinia fu ed è un danno per l’ambiente – ha un rovescio, in tal caso positivo, della medaglia: a parte l’inebriante profumo che in questi giorni di piena fioritura ci rende quasi piacevole anche camminare nelle strade convulse di città, i suoi fiori amatissimi dalle api ci regalano il miele che piace di più ai bambini, il cosiddetto miele di acacia.

E ci regalano golose frittelle ormai tradizionali nelle case contadine di mezza Italia.

Frittelle di Acacia

Ingredienti per 4 persone

  • 16 grappoli di fiori di robinia parzialmente in bocciolo
  • 100 g di farina bianca 00
  • 1 dl di latte fresco intero
  • 2 uova
  • 80 g di zucchero a velo
  • 1 pizzico di sale
  • Strutto

Stemperiamo la farina setacciata nel latte, uniamo i rossi d’uovo e il sale. Lavoriamo con la frusta, poi uniamo 50 g di zucchero e incorporiamo piano gli albumi montati a neve. Immergiamo nella pastella i fiori e friggiamoli nello strutto. Asciughiamoli su carta assorbente e serviamoli cosparsi di zucchero a velo.



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