Che ne pensate di Trip advisor? E del voto nelle guide?

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Più volte nei post del mio diario personale su facebook ho espresso il mio disprezzo per l’anonimato in genere, in particolare quello di trip advisor. Forse è il momento di affrontare il tema con i soci dell’Accademia delle 5T, un sodalizio con una forte componente etica. Credo che nel suo stesso statuto sia insito il disprezzo per l’anonimato, ma confrontiamoci.

Oltretutto in un mio recente commento su facebook, qualcuno ha fatto confusione e mi è stato chiesto se, allora, disprezzo le guide che “fanno dell’anonimato una bandiera”. E che c’entra l’anonimato di chi non si fa riconoscere quando va a mangiare cquello di chi scrive?

Riporto anche qui, quindi, la mia risposta a quel post perché ritengo che sia importante un po’ di senso di responsabilità (e di coscienza dei propri limiti) nei confronti di chi fa da mangiare per mantenere la sua famiglia e spesso tante altre. Quindi parliamo anche del voto sulle guide.

Ecco la mia risposta su facebook (con qualche precisazione in più) in seguito a diverse reazioni a un mio commento contro l’anonimato, definendo vigliacco chi scrive negatività su trip advisor senza firmarsi:

“Non facciamo confusione: non mi riferisco all’anonimato prima ma dopo. Una guida non è anonima, innanzitutto ha un editore e un curatore con una facile e palese reperibilità: il recensore di una guida che va in libreria va a mangiare senza farsi riconoscere poi scrive il suo giudizio firmandolo o, se non lo firma perché la guida non è d’autore, ne è comunque responsabile. Il suo nome è in un elenco di collaboratori pubblicato sulla guida stessa. Se la guida è seria, può essere interpellato personalmente, per cui neppure chi recensisce è anonimo. Con trip advisor non è così: non sempre, anzi quasi mai, il recensore è identificabile. E, se non lo è perché non vuole esserlo, è una persona priva di dignità e che non ha il coraggio delle proprie opinioni (di che ha paura? Crede che i ristoratori siano mafiosi che mandano dei picciotti a bruciargli la casa?)

Tornando invece alle guide, in ogni caso, se il recensore è un professionista serio e che sa il suo mestiere non serve neppure l’anonimato quando si siede in tavola: vede, nota e capisce anche se, riconoscendolo, lo trattano in modo particolare. Ne sono convinto a ragion veduta visto che ho fatto anche questo mestiere dal 1976. Ma rifiutandomi sempre di dare voti perché i ristoratori non sono scolaretti. Critica, racconto, cronaca sì, voto no. E questo non lo scrivo solo su internet, ma l’ho esposto in diverse sedi, università compresa, e scritto per anni su diversi giornali, compreso uno che (ai tempi in cui il giornalismo cartaceo esisteva sul serio) era letto da 5 milioni di persone. Non ce l’ho con trip advisor perché le recensioni non sono di professionisti anche perché molti professionisti non stanno dando un gran bell’esempio, ce l’ho con l’anonimato perché facilita la faciloneria con cui si pontifica sul mestiere degli altri, sia da parte dei professionisti sia da parte della gente comune, temo la mancanza di senso di responsabilità: poco o tanto le recensioni incidono sul lavoro di alcune persone, sull’economia di una famiglia e/o di un’azienda. Finché se ne scrive bene o con rispetto non si fanno danni, forse si fa pure del bene, ma chi ne scrive male può fare danni e pure gravi. Qui non si tratta di calciatori o prezzemolini televisivi milionari, ma di aziende che, spesso, stanno in piedi sul filo del rasoio, anche quando, apparentemente, paiono navigare nel lusso. E’ giusto stigmatizzare comportamenti negativi, a volte pure disonesti, ma con tanta, tanta attenzione e certi di colpire nel segno. A parte casi palesi di puzze indegne di fritture, surimi in un’insalata di pesce dichiarata fresca, sporcizia e via dicendo, chi ti dice di non essere capitato in una giornata di lutto o qualcosa del genere? Una giornata sbagliata spesso – o quasi sempre – non basta per una critica feroce.

A proposito del voto sulle guide aggiungo: niente da ridire sulle stelle MIchelin, pur se si sta esagerando nel dar loro importanza come fossero dovute a parametri di legge, o sui voti molto alti nelle altre guide, in questi casi i curatori stanno attenti e non si accontentano di una visitina ogni tanto di un tale, più o meno competente, che mangia un pasto, ma i recensori tornano e ritornano più volte, spesso più persone, acquisendo diverse esperienze in diverse situazioni. Poi, pur suscitando magari invidie o contestazioni perché qualcun altro, secondo il ristoratore coinvolto, è stato valutato meglio immeritatamente, sono pur sempre valutazioni positive, non danneggiano di certo.

Trovo assurdi i voti bassi, medio bassi e medi, quelli a ristoranti dove un recensore è andato una volta e non sempre tutti gli anni: il voto è ben più categorico e perentorio del racconto di un pasto, e spesso l’utente legge solo quello. E’ vero che un ristoratore deve sempre accogliere in modo professionale l’ospite: costui paga il conto anche se al cuoco è venuto mal di pancia o è stato piantato dalla moglie proprio quella mattina. Ma un evento negativo o positivo, anche semplicemente un improvviso guasto elettrico o una vincita al lotto, può provocare diversità nel servizio che può spostare un voto nel bene o nel male: è giusto affibbiare il medesimo voto per tutto l’anno o forse più anni in base a un unico episodio?

La cronaca di un pasto è una cosa diversa, presenta sempre diverse sfaccettature, non è mai così categorica. Un po’ di umiltà prima di giudicare il lavoro degli altri sarebbe davvero utile, al mondo della ristorazione e a noi giornalisti stessi. Mi piacerebbe conoscere il parere dei ristoratori nostri soci o comunque che ci leggono.



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