Olio di palma: giusta la causa ma isteria collettiva

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Nell’isteria collettiva che ha coinvolto tutti i protagonisti del mercato – chi produce, chi vende, chi compra, chi informa o dovrebbe informare – portando a una improvvisa, addirittura fulminea, criminalizzazione dell’olio di palma sono usciti tutti con le ossa rotte: tutti o quasi hanno dimostrato di svolgere il proprio ruolo nella comunità in modo irresponsabile o insicuro.

L’olio di palma è un prodotto come tanti altri, con pregi e difetti come tanti altri, ma con i difetti dal punto di vista salutistico, organolettico e di sostenibilità ambientale ingigantiti da un’agricoltura industriale per nulla utile, anzi dannosa, nel garantire le risorse alimentari necessarie a una popolazione mondiale in eccessiva crescita e soprattutto che ha fatto immensi danni ovunque si è espressa, responsabile di impoverimento della Biodiversità e corresponsabile del dramma della fame nel terzo mondo.

E l’olio di palma non è più un prodotto come tanti altri per la sua invadenza, ovvero per la preferenza accordatagli dalle multinazionali e dall’industria in genere che l’hanno cacciato dappertutto, ma soprattutto in quel cibo spazzatura che ha fatto esplodere l’obesità, soprattutto infantile, come autentico dramma sociale.

Appare giusto, infatti, che i gastronomi più preparati, i nutrizionisti non marchettari, gli ambientalisti fossero preoccupati e lo additassero come ingrediente perlomeno da “contingentare” a favore di grassi più nobili dal punto di vista del gusto, della salute, della sostenibilità. Ma il modo fulmineo con cui da oggetto di critica di pochi si è trasformato in pericolo pubblico numero uno lascia perlomeno perplessi. Colpa della frase magica per chi vuole suscitare terrore, ovvero “è cancerogeno”? Ci sembra riduttivo: fosse solo per questo nessuno mangerebbe più neppure una costata alla griglia (che, sia ben chiaro, può essere cancerogena solo se cucinata male).

Lasciamo perdere i vari sospetti sulle misteriose strategie delle multinazionali, vale però la pena mettere in evidenza la differenza di serietà tra le aziende più in vista: l’olio di palma, per le industrie, era preziosissimo non solo per il basso costo ma soprattutto per molti vantaggi tecnologici, eppure è stato ripudiato come una moglie fedifraga fino al punto di metterlo alla gogna a chiare lettere sulle confezioni. L’esempio più eclatante è la Barilla (Mulino bianco), che pochi mesi prima aveva diffuso un costosissimo lavoro con dati scientifici in difesa dell’olio di palma. Una mancanza totale di dignità e di pudore: “finora – hanno detto alla foltissima clientela – vi abbiamo appioppato schifezze, ma mettiamoci una pietra sopra”.

Ha fatto eccezione la Ferrero che ha difeso a spada tratta la sua Nutella olio di palma compreso, del resto difficilmente sostituibile per ottenere il medesimo tipo di spalmabilità: pur ritenendo la Nutella la peggior iattura per la salute (e il palato) dei nostri figli e nipoti, dobbiamo dare atto alla Ferrero di essere l’unica grande marca che ha dimostrato dignità e coerenza.

Per l’aspetto della sostenibilità, uno dei gravi problemi legati alla coltivazione delle palme da olio, la Ferrero si sta impegnando in modo serio e, nonostante un uso eccessivo di politichese nel suo sito, sembra positivamente per tutta la filiera agricola collegata. Ma, accidenti, con che coraggio parla di “percorso qualità” per un prodotto che contiene solo il 13% dell’ingrediente qualificante e oltre il 65% tra zucchero raffinato e grasso prevalentemente saturo, ovvero gli ingredienti caratterizzanti del cosiddetto cibo spazzatura?

Ma soprattutto non riusciamo a capire il perché utilizza un aroma di sintesi, per definizione il contrario di naturale. Sul loro sito scrivono:

Un aroma identico a quello naturalmente presente nel baccello di vaniglia.

Nutella® contiene vanillina di sintesi, un aroma identico a quello della molecola naturale presente nel baccello di vaniglia. La produzione di bacche di vaniglia, però, non è sufficiente a soddisfare la crescente domanda mondiale e per questo l’industria alimentare ricorre alla vanillina di sintesi.

In realtà un aroma di sintesi non è mai identico a quello contenuto in una sostanza naturale perché il profumo della vaniglia e di qualsivoglia altro ingrediente aromatico è composto da diverse molecole aromatiche, non una sola, tant’è vero che la vaniglia del Madagascar, per esempio, ha un profumo diverso da quella di Tahiti. E sorvoliamo sui pericoli dei prodotti di sintesi e sull’effettiva identicità tra una molecola naturale e una artificiale. E non è vero che non esiste sufficiente vaniglia per l’industria: basta pagarla!

La Ferrero scrive, sul suo sito, che in 400 g di Nutella ci sono 0,08 g di vanillina: l’equivalente di eccellente vaniglia per il medesimo livello di aromatizzazione costa al massimo 15 centesimi. Vale la pena raccontare la BALLA che Nutella è naturale per risparmiare 15 centesimi su un barattolo di 400 g? Senza contare che la vanillina purtroppo è presente in moltissimi prodotti, per cui l’accumulo nell’organismo può diventare pericoloso.

Insomma, tanto di cappello per la dignità e la coerenza della Ferrero e per il tentativo dell’azienda di contribuire a una maggiore sostenibilità ambientale e sociale degli ingredienti usati… ma lasciamo la Nutella sullo scaffale.

Ci sono altre creme gianduia con più nocciole, senza olio di palma e che non costano sensibilmente di più.

 



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