Una studentessa dell’istituto alberghiero di Alberobello ha vinto il concorso “L’Italia paese di Bengodi”

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La studentessa Anna Mastronardi dell’ IISS Agrario Alberghiero Basile Caramia – Gigante di Locorotondo – sede di Alberobello (BA) ha vinto il primo premio del concorso “L’Italia paese di Bengodi” (https://accademia5t.it/concorso-per-un-tema-ditaliano-litalia-paese-di-bengodi/) bandito dall’Accademia delle 5T – in collaborazione con . – per l’anno scolastico 2025/2026.
La giuria ha assegnato il premio ad Anna, che frequenta l’istituto professionale per i “Servizi per l’enogastronomia e l’ospitalità alberghiera” indirizzo “enogastronomia”, giunta alla finale insieme ad altri 5 studenti: Sabrina Guga e Gursevack Singh (entrambi indirizzo sala, bar e vendita), del medesimo istituto, Massimo Zanghieri (indirizzo sala) dell’IP Crotto Caurga di Chiavenna (SO), Diamante Izzo (indirizzo Ospitalità alberghiera) dell’IIS F.Buscemi di San Benedetto del Tronto (AP), Sofia Ceci dell’IPSEOA G.Varnelli di Cingoli (MC). A questi finalisti è stato assegnato un diploma di Gran Menzione. Tutti e 5 riceveranno in premio un coltello con inciso il loro nome della Coltelleria Valgobbia e i libri dell’Accademia delle 5T “A tavola con Leonardo” e “Dante cosa ti sei perso”.
La commissione di preselezione ha assegnato anche diplomi di marito ad altri 7 studenti di diverse scuole (ancora Alberobello e Chiavenna, poi Villa San Giovanni, Casalecchio di Reno, Melfi).
La giuria è stata quasi unanime nel giudizio pur se c’è stata una particolare attenzione per l’idea un po’ onirica proposta dallo studente Gursevack Singh.

L’Accademia delle 5T ringrazia per l’ospitalità dei lavori della giuria l’IPSSAR Ugo Tognazzi di Velletri (Roma) e per il sostegno al concorso:
Il Consorzio di Tutela del e la

Il tema vincitore

Se chiudo gli occhi e provo a immaginare il Paese di Bengodi raccontato da Giovanni Boccaccio nel Decameron, non vedo un luogo fantastico o lontano nel tempo. Non penso a castelli o paesaggi irreali. Vedo, molto più semplicemente, la cucina di mia nonna in una domenica mattina. Il sole entra dalla finestra, il sugo sobbolle piano sul fuoco, arricchito dall’olio d’oliva versato con quel gesto sicuro che non ha bisogno di misurini, e nell’aria si diffonde un profumo intenso e rassicurante, capace di farti venire fame anche se hai appena fatto colazione. Sul tavolo di legno c’è un velo di farina, segno che presto si impasterà qualcosa. Per me, Bengodi è questo. Per Boccaccio, Bengodi era il sogno di un mondo senza fame. Nel Medioevo la gente viveva spesso nella povertà e nella paura di non avere abbastanza da mangiare. Per questo immaginare un luogo dove il cibo era infinito diventava una forma di speranza. A Bengodi le vigne erano legate con le salsicce e c’era una montagna di parmigiano su cui la gente cucinava maccheroni e ravioli senza mai stancarsi. Era un mondo al contrario, dove nessuno soffriva la fame e tutto era abbondante. Oggi quel sogno non è sparito, ma ha cambiato forma. Non è più solo un racconto su un libro, è diventato parte della nostra vita quotidiana. Vive nelle tradizioni che si tramandano in famiglia, nei gesti che si imparano guardando, senza bisogno di spiegazioni. È lo stesso movimento delle mani quando si stende la pasta o si assaggia il sugo per capire se l’olio d’oliva ha legato bene tutti i sapori e se “ci vuole ancora un pizzico di sale”. La cucina italiana non è fatta solo di ricette scritte o di regole precise. È fatta soprattutto di abitudini, di pazienza e di attenzione. Ogni piatto racconta una storia fatta di campi coltivati, di ulivi curati con dedizione, di animali allevati e di persone che lavorano con impegno. Dietro ogni ingrediente c’è qualcuno che ci ha messo tempo, fatica e passione. È questo che rende il cibo qualcosa di più di un semplice pasto. San Francesco d’Assisi diceva che chi lavora con le mani è un lavoratore, chi usa anche la testa è un artigiano, ma chi ci mette anche il cuore è un artista. Seguendo questo pensiero, i nostri nonni sono stati veri artisti. Cucivano non per stupire, ma per prendersi cura degli altri. La nonna, in particolare, è stata spesso la custode di questo sapere. Non insegnava con le parole, ma con l’esempio. Ti faceva capire che in cucina non bisogna avere fretta, che le cose buone hanno bisogno di tempo e che cucinare per qualcuno è un gesto d’amore. In tutto questo, il pane ha sempre avuto un ruolo speciale. Non è stato solo un alimento, ma un simbolo. Nasce dal grano, dalla semola lavorata con pazienza e rispetto, e porta con sé il valore della terra. Per secoli il pane ha rappresentato la vita stessa. Un esempio forte di questa tradizione è il Pane di Altamura DOP, fatto con semola di grano duro e lievitazione naturale, che racchiude in sé secoli di storia e di lavoro contadino.
Questo ci fa capire quanto il cibo sia legato all’idea di stare insieme. Nelle case di una volta il pane era così importante che buttarlo via era considerato un peccato. Se cadeva a terra, lo si raccoglieva e lo si baciava, quasi per chiedergli scusa. Da questo rispetto per il cibo nasce anche il gesto della “scarpetta”. Fare la scarpetta significa usare il pane per raccogliere l’ultimo po’ di sugo rimasto nel piatto. È un gesto semplice, ma pieno di significato. Vuol dire non sprecare nulla e apprezzare fino in fondo ciò che si è mangiato. È un modo per dire che quel piatto era buono e che chi l’ha cucinato ha fatto un bel lavoro. D’altronde soffermarsi su quel particolare momento gustativo e sensoriale, ci permette di riscattarci dal logorio della vita contemporanea, dal consumismo eccessivo e ci induce a riflettere sul piacere di quella mancanza così intensa, antica e sapiente. Ci fa restare a tavola, parlare ancora, goderci l’ultimo boccone. È un piccolo gesto, ma racchiude rispetto, gratitudine e memoria. Alla fine, l’Italia è davvero il Paese di Bengodi, non perché abbia sempre avuto tutto, ma perché ha saputo trasformare la mancanza in creatività. Dalla povertà sono nate ricette straordinarie, dalla semplicità è nata l’eccellenza. Portare avanti queste tradizioni significa non dimenticare da dove veniamo. Perché ogni volta che facciamo la scarpetta, non stiamo solo mangiando: stiamo ricordando la nostra storia, la nostra famiglia e quel modo unico di vivere che rende l’Italia speciale.

Anna Mastronardi a Velletri mentre viene proclamata vincitrice del concorso. 

Da sinistra: Mariana Basile, la docente di Scienza e Cultura dell’Alimentazione che l’ha seguita e accompagnata , Anna, il presidente dell’Accademia delle 5T Guido Stecchi, la dirigente dell’Istituto alberghiero di Locorotondo-Alberobello Angelinda Griseta e Sandra Tetti, la dirigente dell’istituto di Velletri che ha ospitato i lavori della giuria.

 

 

 

 

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