Descrizione
Parlare del Panificio Da Re, oggi condotto da Francesca, Armando e Nicola Da Re, ma “inventato” dal loro papà Giuseppe non più tra noi, vuol dire raccontare un prodotto, i Bibanesi e una famiglia. “Inventato”, non creato o fondato, è la parola giusta: i Bibanesi sono un’invenzione e il modo di fare impresa, tuttora artigianale pur nei grandi numeri di un prodotto di successo, è unico, o almeno rarissimo.
Eppure sono semplicemente pane.
Tutti conoscono i Bibanesi, soprattutto le mamme, ma pochi si rendono conto dell’ampiezza del loro successo: un unico prodotto, se vogliamo, pur se con tante varianti sfiziose (gusto pizza, con olive, con cipolla e via dicendo) o dettate da motivi nutraceutici o legati alle nuove tendenze nutrizionali (senatore Cappelli, grano duro, kamut, integrali, con germe di grano, farro e quinoa…).
Sono i classici, ovvero gli originali, tuttavia ad aver conquistato i bambini di mezzo mondo e creato una vera e propria dipendenza in una miriade di adulti affezzionatissimi, tra cui molti Vip diventati addirittura amici di Giuseppe conquistati anche dalla sua anima artistica che si è sempre manifestata anche attraverso un marketing creativo.
Tutti li conoscono, appunto, qualcuno dice che sono grissinoni straordinariamente buoni, Giuseppe diceva che sono pane e si arrabbiava molto con chi li chiamava grissini. In effetti non sono grissini (pur se li ricordano nella croccantezza), sono paninetti se si mangiano in tavola e, soprattutto per bambini e ragazzi, sono pure veri e propri snack, o meglio merende, come si diceva un tempo quando l’espressione “parla come mangi” aveva ancora senso.
“Inventati” è un parolone, si suol dire che sul cibo non si inventa nulla, si trasforma o si rivisita, qualche volta si crea: ma quasi sempre scopriamo che ciò che definiamo creativo è il recupero inconsapevole di qualcosa che, magari, già facevano in ignoti villaggi e che un certo Archestrato di Gela riportava quasi due millenni e mezzo fa o un certo Cristofaro da Messisbugo, con qualche orpello in più, mezzo millennio fa. E quando non è così il risultato della creatività poche volte è sublime, molte altre è una ciofeca o inutile fumo.
Invece i Bibanesi sono davvero un’invenzione, frutto di creatività e conoscenza, ovvero scienza.
Infatti sono proprio pane, solo pane, eppure sono unici, diversi, imitati ma inimitabili. Sono frutto della creatività di un creativo a 360°: sono diversi nel gusto e nell’appetibilità, diversi nel processo produttivo, diversi nel farsi conoscere, nel presentarsi, persino diversi tra loro, addirittura ognuno è unico perché la tecnologia, all’avanguardia e pure essa creativa, a un certo punto lascia il posto ad esperte signore che stirano l’impasto con l’abilità atavica delle loro mani… ed ecco che, così, non ci sarà mai un Bibanese uguale all’altro. Una piccola mania di Giuseppe e dei suoi figli che continuano a interpretare il lavoro e il modo di fare impresa con ò’imprinting del papà? Nossignori, le fantasmagoriche braccia di macchine intelligentissime non riescono a ottenere ciò che ottengono le sensibili mani dell’artigiano, o, in questo caso, dell’artigiana. In bocca la differenza si sente.
Il loro straordinario successo non passa in televisione ma dove più conta: dagli scaffali alle case, dalle dispense delle case alle tavole oppure nello zaino che si porta a scuola. E, quando arriva l’intervallo, il bambino con i Bibanesi viene rincorso dai compagni che chiedono anche per loro una di queste pagnottine croccanti, lasciando nello zainetto il panino con la crema tanto famosa e tanto poco sana o le merendine che sono cibo spazzatura ma sono pure quelle che TV comanda. Eppure un Bibanese è solo pane, il pane che mangiava Papa Woytila e il “doping” dei giocatori del grande Milan di Arrigo Sacchi, ma pur sempre solo pane. È fatto con ingredienti naturalissimi scelti con maniacale attenzione, a cominciare dall’olio extra vergine d’oliva, ma è pur sempre solo pane.
La creatività più difficile e più vera, quella che non lascia spazio a interpretazioni, è semplice, ma non nasce da una semplice idea, ma da un modo di essere non soltanto quando si inventa ma quando si vive. Ed eccoci allora ancora al papà dei Bibanesi, Giuseppe Da Re, che ha un grande merito e una fortuna: è diventato pure il nonno dei Bibanesi. Perché Giuseppe è stato un artista, uno scultore, un imprenditore capace ma soprattutto sensibile al benessere e al senso di appartenenza all’azienda dei collaboratori, è stato uno straordinario uomo di marketing, un “vip”, come si suol dire, sia nel mondo del food sia in quello dell’imprenditoria veneta, ma è stato innanzitutto un papà che non solo è riuscito a dare continuità generazionale alla sua azienda, ma pure a trasmettere i suoi valori di rispetto per l’ambiente e per le persone. Così i suoi figli sono diventati presto i papà dei Bibanesi e lui il nonno.
Sembra una battuta, e neanche troppo arguta, invece è una realtà che oggi ha pochi riscontri. Pochi nelle piccole aziende perché i figli non capiscono perché dovrebbero fare la stessa vita grama dei padri per ingrassare la burocrazia, pochissimi in quelle grandi perché i figli tanto i soldi ce li hanno già e fanno meno fatica a goderseli vendendo alle multinazionali o a lasciar gestire a bocconiani – tutto numeri e poca anima – piuttosto che a prendersi anche le responsabilità etiche e sociali dei genitori.









